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SIMON BOCCANEGRA
di Giuseppe Verdi
saggio di Milijana Pavlovic
SIMON BOCCANEGRA
NEL MARE D'AMORE E DI MORTE
"Se la morte è assenza e immobilità, l'amore
nasce da lei e a lei ritorna, ma così facendo
ne smentisce l'assolutezza. [...] La musica,
che poggia innanzitutto sulla memoria, sembra
quindi più di qualsiasi altra forma artistica
dare il senso a questo modo di concepire la
morte che, attraverso l'amore, dà vita."
- Claudio Abbado
Il 18 marzo 1857, Giuseppe Verdi scrisse da Venezia al suo amico, il giornalista Vincenzo Torelli :
"[...] Il carnevale di Venezia è stato bello: la stagione teatrale buona fin qui, ma jeri sera cominciarono i guai: vi fu la prima recita del Boccanegra che ha fatto fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credevo di aver fatto qualche cosa di passabile ma pare che mi sia sbagliato. Vedremo in seguito chi ha torto. [...]"
Nella stessa città e nello stesso teatro, un destino uguale a quello di Traviata toccò, quattro anni dopo, anche alla nuova opera di Verdi, il Simon Boccanegra. Il pubblico del Teatro la Fenice, forse un poco saturo di dogi, non apprezzò la visione offerta da Verdi della storia del primo Doge della Repubblica di Genova, Simon Boccanegra. Boccanegra fu il secondo Doge per Verdi perchè il compositore aveva già scritto l'opera I due Foscari su testo di Lord Byron. Il libretto per il Boccanegra fu scritto da Francesco Maria Piave, ispirato al dramma Simon Boccanegra dello spagnolo Gabriel Garcìa Gutiérrez . Questo non fu il primo incontro di Verdi con i testi di Gutiérrez - la prima volta fu in occasione della realizzazione del libretto per il Trovatore.
Dopo il fiasco iniziale a Venezia, nei due anni seguenti l'opera non fu accettata meglio né a Firenze né a Napoli, per giungere alla sua ultima rappresentazione a Milano nel 1859, con una sconfitta totale. Tuttavia non mancarono coloro che nel Boccanegra di allora riconobbero la qualità dell'idea e, cominciando dal 1868, iniziarono a convincere Verdi a tornare allo spartito di quest'opera e riadattarlo come lo voleva lui. Il più tenace tra di loro fu l'editore di Verdi, Giulio Ricordi - nipote del suo primo editore e fondatore della casa editrice Ricordi, Giovanni Ricordi - che nella primavera del 1879 inviò a Verdi un pacchetto che conteneva lo spartito del Boccanegra.
La risposta di Verdi fu rigorosa, egli si opponeva alla necessità di riadattare la partitura citando varie ragioni e dicendo di detestare "le cose inutili" , aggiungendo che al momento non era "nulla di più inutile al Teatro" che un'opera sua, che era "meglio finire coll'Aida e con la Messa che con un'arrangement" , pensando alla fine della carriera perchè allora si avvicinava a compiere 70 anni di vita. Finalmente, all'inizio del 1880, Giulio Ricordi inviò a Verdi una lettera in cui gli scrisse che La Scala "ci chiede insistentemente per la prossima stagione il Simon Boccanegra" e che la decisione di "fare cambiamenti radicali" oppure "lasciare il Boccanegra così com'era" era sua.
Queste parole furono sufficienti per spingere Verdi a reagire ed egli rispose subito che "lo spartito così come si trova non è possibile", iniziando il lavoro di rimaneggiamento della partitura, creando il Boccanegra così come lo conosciamo oggi.
Il riadattamento del libretto fu assegnato ad Arrigo Boito a causa della morte del librettista originale, Francesco Maria Piave, avvenuta nel 1876...
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Texto publicado para Il Musicante www.ilmusicante.it
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